Batteri resistenti agli antibiotici: l’allarme degli scienziati

Negli ultimi anni, l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), ha ripetutamente messo in evidenza come l’utilizzo inappropriato degli antibiotici abbia portato a un vasto e rapido sviluppo di ceppi di batteri resistenti a questa classe di farmaci, che rende difficile il trattamento di una gamma sempre più ampia di infezioni abbastanza comuni e facili da contrarre.
L'antibiotico-resistenza, oltre al fatto che sia ormai diffusa in tutto il mondo, diventa sempre più preoccupante, con la resistenza a varie classi di antibiotici, anche a quelli considerati da ultima risorsa. 
Ci sono alte percentuali di resistenza agli antibiotici in batteri piuttosto comuni (responsabili di infezioni del tratto urinario, polmonite, infezioni del sangue, ecc.).

Ad esempio lo Staphylococcus aureus è un batterio Gram-positivo (naturalmente presente nella flora della pelle) che può causare una varietà di infezioni, in particolare infezioni dei tessuti molli, della pelle, delle ossa e sangue, ed è anche la causa più comune di infezioni post-operatorie; Escherichia coli, causa di infezioni del tratto urinario e setticemie; Klebsiella pneumoniae, responsabile di polmoniti e setticemie. E poi ancora alcune specie di batteri enterococchi all'origine di diarrea e infezioni trasmesse dal cibo.

Infezioni comuni come la polmonite, curate senza difficoltà con l'avvento della penicillina, in molte situazioni non rispondono più.

Già nel 1945, nel suo discorso alla cerimonia del Nobel, Alexander Fleming, scopritore della penicillina, aveva avvertito che i microrganismi avrebbero potuto sviluppare resistenza a questo farmaco meraviglioso. Lo sviluppo della resistenza è infatti un normale processo evolutivo.

Tra i comportamenti che favoriscono la resistenza la più dannosa è sicuramente l'abitudine di fare uso degli antibiotici anche per trattare infezioni virali, dove non hanno alcuna utilità. Lo stesso rischio si corre prendendo i farmaci in modo diverso dalle prescrizioni, a dosi inferiori o per un tempo differente da quello raccomandato. Altra pratica che di recente è stata messa sotto accusa è l'abitudine in molti ospedali di prescrivere cicli di antibiotici a scopo preventivo.

Tra le strategie a cui pensano gli scienziati ci sono quelle di combinare diversi antibiotici tra quelli esistenti, di rinforzare le molecole esistenti con sostanze adiuvanti che rendano i microbi resistenti di nuovo suscettibili e di mettersi alla ricerca di nuovi composti antibatterici.

L’Italia è uno dei paesi europei che usa più antibiotici. I sistemi di sorveglianza confermano che anche il fenomeno della resistenza è tra i più elevati per i Paesi europei, più al centro e al sud che nel nord Italia, in stretta relazione con il consumo. Secondo dati dell'Istituto superiore di sanità, quasi la metà degli italiani che nel 2007 hanno assunto un antibiotico lo ha fatto senza la prescrizione del medico. Alta anche la percentuale di chi usa gli antibiotici in caso di influenza e raffreddore, quando normalmente non servono.

 
 

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